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Controlli fiscali: dal 2020 non ci sarà privacy che tenga

L’Autorità garante della privacy assicura di non aver mai bloccato il lavoro dell’Agenzia delle Entrate.

Sono numerose le novità in arrivo in materia di pagamenti tracciabili. Il nuovo Governo ha schierato tutte le armi disponibili per incentivare l’uso di strumenti elettronici e punire le evasioni. Ritorna il carcere per chi non può pagare le tasse, in più saranno aboliti tutti i limiti alla privacy sui controlli delle spese. A dare il via libera, negli ultimi giorni, è stato proprio il Garante della Privacy (per maggiori informazioni su come il Fisco controllerà le nostre spese, clicca qui).

Con l’imminente decreto fiscale, il Fisco italiano potrà accedere a tutti i dati presenti nelle fatture elettroniche e negli scontrini, anche per finalità diverse da quelle della lotta all’evasione, cioè per la repressione di crimini diversi da quelli tributari. Dunque, addio privacy sui pagamenti.

Le norme sulla privacy ostacoleranno la lotta all’evasione? Antonello Soro, Garante della privacy, in un’intervista rilasciata al ‘Sole 24 ore’, ha sottolineato che si tratta di una “gigantesca mistificazione, una balla colossale” l’idea che sia l’Autorità garante della privacy a bloccare la lotta all’evasione. Secondo Soro, questo “è diventato il capro espiatorio di autorevoli esponenti del mondo economico e giudiziario”.

“Tutti disinformati e tutti a raccontare questa storia che oggi l’Agenzia delle Entrate non è in grado di svolgere la funzione di elaborazione dei dati, di analisi dei profili di rischio perché il Garante o la privacy lo impediscono”.

A riaprire il dibattito l’articolo 86 della manovra che punta a scovare gli evasori grazie al confronto fra i dati delle diverse istituzioni: “Ma è dal 2011 – ricorda Soro – che l’agenzia delle Entrate può e deve fare l’analisi e l’incrocio di tutti i dati di cui ha disponibilità. Al riguardo, il Garante ha fornito solo indicazioni per mettere in sicurezza le informazioni, per evitare data breach: questo è stato il nostro ruolo in questi anni. E anche il richiamo che la norma fa alla pseudonimizzazione dei dati è un problema che non abbiamo mai posto”.

“Tutti i dati che l’Agenzia delle Entrate possiede – spese scolastiche, mutui, assicurazioni, interventi edilizi, collaboratori domestici, locazioni, utenze, spese per i viaggi, mezzi di trasporto, conti correnti – possono essere già analizzati e  incrociati. Non c’è mai stata alcuna obiezione da parte del Garante” assicura.

Se in questi anni, tuttavia, questo lavoro di analisi ed elaborazione non ha funzionato, osserva Soro, “ci sono solo due possibili spiegazioni. Una è tecnologica: di fronte alla grande massa di dati di cui dispone, le risorse informatiche delle Entrate sono inadeguate. In tal caso, non resta che investire ulteriormente”. L’altra, invece, è di risorse umane visto che “una volta individuato un potenziale evasore, si deve informarlo e iniziare una procedura di accertamento e un contraddittorio. Attività che richiedono risorse di personale che forse il Fisco non ha”. “D’altra parte – conclude il Garante- se di fronte a 4,7 milioni di dichiarazioni Iva sono stati avviati negli anni scorsi poco più di 160mila accertamenti, c’è da pensare che qualcosa non quadri”.

Controlli a tappeto sui conti corrente con il nuovo sistema dell’Agenzia delle Entrate

Controlli sui conti corrente nel rispetto della privacy del contribuente, ecco lo strumento che il governo vuole utilizzare dal prossimo 1° gennaio

Il nuovo governo prosegue la sua strada verso la lotta contro l’evasione fiscale, cercando nuovi strumenti idonei ai controlli sui conti corrente. I tecnici in questi giorni stanno mettendo appunto strumenti sempre più efficaci e sono stati introdotti nella bozza di bilancio 2020 che con molta probabilità verranno approvati e adottati a partire dal 1° gennaio 202

Lotta all’evasione: nuovi strumenti di rilevazione

La nuova legge di Bilancio 2020 con il decreto ad essa collegata introduce nuovi tipi di rilevamento contro l’evasione fiscale. Questo è un algoritmo che è capace di incrociare tra loro i dati relativi a fatture e pagamenti, redditi, consumi e conti correnti. Il tutto sarà poi confrontato con i redditi dichiarati e con l’ammontare dei patrimoni, in modo poter rilevare incongruenze.

L’ostacolo nel confrontare i vari dati è dato dalle norme sulla privacy, in quanto la riservatezza dei dati personali che è obbligatoria. Non c’è possibilità di creare e utilizzare una banca in cui inserire le abitudini di spesa e di consumo o l’utilizzo del proprio denaro, non associando in partenza tale operazioni alla persona. Le norma sulla violazione della privacy possono essere eluse solo se si è certi che si è commesso un illecito, allora a quel punto la privacy non protegge più.

Evasione fiscale: evasometro anonimizzato

Si è studiata una soluzione che assegnerebbe ad ogni contribuente un codice identificativo con cui si potrà eseguire il confronto tra i dati dello stesso codice, senza conoscere a priore i dati personali del contribuente. Questo metodo potrebbe essere la giusta soluzione per il Governo. Il Fisco assocerà un codice identificativo al codice fiscale per arrivare alla loro identità nel momento in cui si rileva un’incongruità e quindi un illecito. In questo modo si potrà far scattare nei loro confronti le richieste di chiarimenti e giustificazioni preliminari all’accertamento dei redditi.

L’agenzia delle entrate proverà ad adottare un codice identificativo per rendere il contribuente anonimo, tale da superare i controlli de Garante della Privacy. In questo modo l’Amministrazione finanziaria non conoscerà i dati del contribuente prima di iniziare l’analisi dei dati. Il governo prevede lo stanziamento di 83 milioni di euro e sarà in grado di fornire, secondo i tecnici del Ministero, un recupero dall’evasione di circa 100 milioni di euro solo nel suo primo anno di utilizzo.

https://www.notizieora.it/controlli-a-tappeto-sui-conti-corrente-con-il-nuovo-sistema-dellagenzia-delle-entrate/

Conti e libretti postali: iniziano i controlli evasione

Chi più risparmia più evade. Non è un’equazione perfetta, ma poco ci manca. Secondo il nuovo algoritmo dell’Agenzia delle Entrate, ribattezzato come Risparmiometro, chi non preleva mai dal conto corrente o accantona troppi soldi su libretti o carte prepagate, dovrà dare giustificazioni al fisco. Questo perché di qualcosa dovrà pur campare. E questo “qualcosa”, allora, non può che essere un reddito in nero. 

Da quando il Garante per la Privacy ha detto sì a questo infernale strumento di controllo dei soldi accantonati sui conti, l’Agenzia delle Entrate ha accelerato i motori per renderlo subito operativo. Ed ora, ci siamo quasi. Manca davvero poco all’avvio dei controlli per il 2020. Il prossimo 12 novembre 2019, presso il ministero dell’Economia e Finanze, dove sarà dato il via libera allo schema di convenzione Mef-Agenzia delle Entrate (Ade) e Mef-Agenzia delle Dogane e Monopoli (Adm) relativi al triennio 2019-2021, per poter finalmente partire con la fase di controllo.

Dopo un primo periodo di gestazione, in cui il Risparmiometro è stato utilizzato solo per il controllo di pochi, grandi, contribuenti, ora la “morte nera” del fisco si avvia a un impiego massivo nei confronti di tutti i titolari di conto corrente. 

In buona sostanza, il Risparmiometro funziona all’inverso del Redditometro. Se quest’ultimo scovava i potenziali evasori sulla base delle spese sostenute nell’anno (evidentemente poco congrue rispetto ai redditi dichiarati), il Risparmiometro invece lo fa tramite un confronto del saldo del conto corrente con gli incassi dell’anno. E chi risparmia troppo dovrà darne giustificazioni al fisco.

La convenzione sugli obiettivi 2019-2021 tra le Entrate ed il Mef prevede, infatti, la conclusione della sperimentazione del Risparmiometro in questi ultimi mesi del 2019 per le persone fisiche e l’avvio della fase controllo vera e propria per tutti i contribuenti a partire dal 2020.

Come scrive il quotidiano Italia Oggi questa mattina in edicola, il Risparmiometro 2020, messo di nuovo in campo dalla manovra, nell’ambito della lotta all’evasione, comincerà a verificare ed incrociare i dati delle fatture, dei consumi e i movimenti bancari con gli strumenti di intelligenza artificiale. In caso di incongruenze, queste verranno segnalate e potranno dare luogo ad accertamenti da parte dell’Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza.

I dati riguardano conto correnteconto deposito titoli e/o obbligazioni, conto deposito a risparmio libero vincolato, rapporto fiduciario, gestione patrimoniale, gestione collettiva del risparmio, certificati di deposito, buoni fruttiferi, conto terzi individuale e globale. E anche carte di credito, prodotti finanziari, vendita e acquisto, metalli preziosi e oro.

Quanto può salire la sterlina con l’accordo sulla Brexit?

I saliscendi della sterlina sono destinati a proseguire nei prossimi giorni almeno fino all’appuntamento chiave: il vertice europeo sulla Brexit di giovedì

di Andrea Franceschi

Dopo il rally dell’ultima settimana nel corso della quale il pound è arrivato ad apprezzarsi di oltre il 3% sul dollaro (maggior rialzo settimanale da due anni a questa parte) ieri sono scattate le prese di profitto. In una giornata ancora estremamente volatilie il pound è arrivato a svalutarsi dell’1% sul dollaro toccando quota 1,2524 per poi recuperare completamente le perdite toccando un massimo di giornata a 1,2634 salvo tornare sotto 1,26 in serata.

A penalizzare il pound sono state le dichiarazioni rilasciate domenica dal capo negoziatore per l’Ue Michel Barnier che ha espresso perplessità sulle proposte di Boris Johnson circa la risoluzione della controversia sul confine nordirlandese.

I saliscendi della sterlina sono destinati a proseguire nei prossimi giorni almeno fino all’appuntamento chiave: il vertice europeo sulla Brexit di giovedì. Gli analisti di Goldman Sachs csono ottimisti a riguardo e stimano che la sterlina possa continuare ad apprezzarsi fino a raggiungere quota 1,30 dollari.

LEGGI ANCHE / Hard Brexit, è allarme nel porto più grande d’Europa: rischia anche l’Italia?

Dal giorno del referendum sulla Brexit la sterlina risulta in calo del 13,7% nel cambio con il dollaro e del 12% nel cambio con l’euro. Una flessione che non riflette tanto i fondamentali dell’economia quanto l’incertezza sull’esito delle trattative per l’uscita dall’Unione. Un’incertezza che Michael Metcalfe, Responsabile Global Macro Strategy di State Street, ha calcolato essere pari al 7% rispetto ai valori attuali. Il che equivale a dire che un’eventuale accordo per un divorzio dall’Unione avrebbe l’effetto di innescare un apprezzamento di uguale misura della valuta britannica.


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Questo nell’immediato. Meno chiare sono le prospettive di medio-lungo termine. Finora l’economia britannica ha risentito solo indirettamente della Brexit per via dell’incertezza che questo scenario ha alimentato. Dal 31 ottobre in poi, se ci sarà il divorzio e l’uscita dall’Ue, gli effetti della Brexit saranno diretti. Con quali effetti per l’economia e di conseguenza le quotazioni della sterlina? Per fare una stima bisognerà avere i dettagli dell’accordo di separazione. Al netto dei possibili spiragli c’è da mettere in conto una navigazione in acque inesplorate ancora molto lunga e perigliosa.

https://www.ilsole24ore.com/art/quanto-puo-salire-sterlina-l-accordo-brexit-ACknQ3r

Conti correnti a rischio, le ultime novità

Il bancomat? Non è quello che portiamo in tasca nel nostro portafoglio o, per quelli più tecnologici, virtualizzato in un’app sul cellulare. No. Il Bancomat siamo noi. I nostri conti correnti sono il bancomat, di governo, fisco e banche stesse. Eccone la prova, anzi la lunga serie di prove.

1992Governo Amato. C’è da salvare la Lira messa sotto scacco dalla speculazione finanziaria, bisogna trovare denaro. Amato decide per la patrimoniale. Viene applicato un sei per mille. Su cosa? Sui saldi dei conti correnti, saldi rilevati il sabato notte tra il 9 ed il 10 luglio del ‘92. Ricordo ancora l’arrabbiatura di mio padre.

2011Governo Monti. Stavolta c’è da salvare l’Euro, l’Euro ed i conti pubblici italiani. Lo spread schizza ben oltre i 550 punti, esautorato Berlusconi, Monti arriva quasi fosse il salvatore della patria. Giro di vite ed applicazione di bolli e tasse. Applicati dove? Ma naturalmente sui saldi dei conti correnti e stavolta anche dei dossier titoli (quei bolli sono ancora in vigore).

2015. È l’anno che introduce il Bail-In. Dal primo gennaio del nuovo anno (2016) se salta una banca a pagare saranno i risparmiatori. Prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti e poi? I correntisti naturalmente, quelli che hanno in gestione somme che superano i 100 mila euro.

2015. Il 22 novembre, ancora una volta con una decisione “notturna”, il Consiglio dei ministri del Governo Renzi ratifica i primi quattro fallimenti di banche italiane. Non accadeva dal 1936 (anno del decreto Regio di Vittorio Emanuele III contro i fallimenti bancari). Banca Marche, Banca Etruria, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio di Chieti. E’ un’ecatombe tra titoli azionari azzerati ed obbligazioni subordinate saltate. Le quattro banche vengono inglobate da Ubi e Bper. Ironia della sorte, dopo qualche mese i correntisti di alcune delle banche “salvatrici” ricevono una lettera che dice pressapoco così: “procediamo all’imposizione di una tassa una tantum, perché abbiamo necessità di far quadrare i bilanci dopo aver speso soldi per salvare le quattro banche in difficoltà”. Assurdo no?! I correntisti di Ubi e anche quelli di Banco Popolare (fusosi con Banca Popolare di Milano), pagano per scelte e situazioni, che di fatto, non avrebbero coinvolgerli.

2018. Le difficoltà del sistema bancario incapace di generare margini a causa dei tassi negativi e sottoposto ai costi imposti dalla rivoluzione digitale, vengono scaricati, nel corso degli ultimi anni, soprattutto sui risparmiatori ed in particolare sui correntisti. L’aggravio delle spese commissionali in alcuni casi cresce a dismisura. Il report di Banca d’Italia “Indagine sul costo dei conti correnti nel 2018” (la trovate sul sito di BI), non lascia spazio a fraintendimenti:

“Nel 2018 la spesa per la gestione di un conto corrente è cresciuta di 7,5 euro rispetto all’anno precedente, attestandosi a 86,9 euro: si tratta di una netta accelerazione rispetto al precedente biennio, durante il quale era complessivamente cresciuta di 2,9 euro. Le spese fisse ammontano a 55,5 euro e rappresentano circa i due terzi della spesa complessiva. La crescita maggiore è quella per i canoni di base… Le spese variabili sono cresciute di 4,8 euro, raggiungendo l’importo di 31,4 euro. La variazione, riconducibile ai bonifici on line, ai pagamenti automatici e alle spese di scritturazione contabile delle operazioni, è dipesa dal congiunto aumento dell’operatività e delle corrispondenti commissioni unitarie”. (fonte BI)

2019. Arriva la Superanagrafe. Si tratta di una sorta di “Grande Fratello”, un occhio vigile, ma sempre più invasivo del fisco. Giusti i controlli, per carità, giusto cercare gli evasori, ma la possibilità che il fisco entri direttamente anche nei conti correnti genera timori e paure anche in chi non ha nulla da nascondere. Ma siamo certi che gli evasori usino conti correnti e moneta elettronica?

2019L’effetto Mustier scuote il sistema bancario. Almeno sembra scuoterlo. Invece le dichiarazioni del numero uno di Unicredit, per gli addetti ai lavori, noi compresi, non sorprendono affatto. Applicare costi ai correntisti sopra i 100 mila euro, così come annunciato da Mustier, è già prassi per molti istituti tedeschi, austriaci, svizzeri e a breve francesi. La levata di scudi contro le politiche monetarie della Bce, e di Draghi in particolare, stanno prendendo piede anche in Italia. E’ facile che, sulla strada segnata da Unicredit, si incammineranno, a breve, anche altri istituti di credito di casa nostra.

Goldman Sachs: Italia come Plutone, un pianeta in fuga dall’Europa

di Morya Longo

Vien quasi da rimpiangere i tempi in cui Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna venivano chiamati con l’acronimo Pigs. «Maiali». Almeno a quei tempi il male era comune. La crisi era europea. C’era l’alibi del contagio. Oggi invece di quei Paesi guardati con diffidenza sui mercati e costretti a finanziare il proprio debito pubblico a tassi elevati ne resta, isolato, solo uno: l’Italia. Ormai anche la Grecia (solo sulla scadenza quinquennale) può vantare tassi d’interesse leggermente più bassi dei nostri. Mentre tutti gli altri ex-Pigs, sempre sulla scadenza quinquennale dei titoli di Stato, hanno addirittura tassi negativi. Cioè guadagnano ogni volta che si indebitano. L’Italia resta fuori da questo Bengodi.

Tanto che Goldman Sachs, la banca d’affari americana, in una nota ad uso solo interno paragona il Belpaese all’ultimo pianeta del sistema solare: Plutone. Quello più lontano dal Sole. Quello più freddo. Più lontano anche di Nettuno, che ormai – nella metafora spaziale – sta diventando la Grecia. Un paradosso finanziario, per nulla giustificato dai fondamentali economici: l’Italia resta la terza economia dell’Eurozona, la seconda manifattura dopo la Germania, un Paese con grande ricchezza privata, con un tessuto industriale forte e con un rating investment grade. Eppure sui mercati dei titoli di Stato è diventata il fanalino di coda d’Eurozona.

Gli occhi del mercato 
«La Grecia sta diventando Nettuno, mentre l’Italia si sta muovendo verso l’estremità del sistema solare, tutta sola, diventando il pianeta più lontano», scrivono gli analisti di Goldman Sachs. «Non un bel posto dove stare, soprattutto se si ha un debito come quello italiano». Il mercato in effetti racconta proprio questo. Dal primo gennaio 2018, cioè prima delle elezioni del 4 marzo, l’Italia è l’unico Paese che ha registrato un aumento dei rendimenti dei titoli di Stato. Sia sulla scadenza quinquennale (da 0,68% a 1,84%) sia su quella decennale (da 1,97% a 2,67%). Gli altri Paesi dell’Eurozona – inclusi Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda – hanno visto scendere i rendimenti. Questo significa che oggi noi siamo costretti a pagare tassi d’interesse più alti rispetto a un anno e mezzo fa per indebitarci, mentre gli altri pagano meno. E questo a parità di politica monetaria della Bce, che è uguale per tutti.

LA GALASSIA EUROPEA DEI TASSI
LA GALASSIA EUROPEA DEI TASSI
LA GALASSIA EUROPEA DEI TASSI

Il Portogallo aveva tassi decennali in linea con quelli italiani il primo gennaio 2018 (1,89% Lisbona contro 1,97% Roma). Oggi invece la distanza è siderale: i loro sono scesi a 0,81%, i nostri sono saliti – come detto – a 2,67%. Tra Italia e Portogallo lo spread è insomma di 186 punti base. Quello tra Italia e Spagna è quasi a 200. Questo ha un impatto diretto sui nostri conti pubblici: se l’Italia potesse emettere titoli di Stato pagando i tassi portoghesi e non quelli italiani, risparmierebbe – secondo i calcoli effettuati dall’ufficio studi di Intesa Sanpaolo qualche giorno fa – 6,4 miliardi il primo anno, 11,9 il secondo e così via per arrivare a un risparmio annuo di 31,8 miliardi dal settimo anno in poi.

Gli occhi dei fondamentali 
Questo non ha giustificazioni economiche. Paragonare l’Italia alla Grecia non ha senso. E neppure al Portogallo. L’Italia ha un’economia diversificata, fatta di tante aziende d’eccellenza, che hanno ridotto in questi anni l’indebitamento. L’Italia è un grande esportatore, tanto che l’avanzo commerciale è cresciuto da 31 miliardi del 2010 a 89 miliardi del 2018 al netto delle risorse energetiche. L’Italia ha una grande ricchezza privata, che al netto dei debiti è pari a 9.743 miliardi (di cui la fetta immobiliare è pari a 5.246 miliardi). Insomma: l’Italia non è certo Plutone in economia.

Perché allora lo è sui mercati? Perché chi investe in titoli di Stato, cioè presta soldi all’Italia, ha due grandi preoccupazioni. Uno:l’aumento del debito pubblico e la mancanza di volontà politica di ridurlo. Due: le insinuazioni no-euro di una parte della maggioranza di Governo. Il debito è aumentato anche in passato, vero, ma i Governi mostravano almeno la volontà di arginare il fenomeno. Il Governo attuale meno: continua anzi a proporre politiche in deficit. Inoltre nessun esponente della maggioranza in passato aveva mai messo in dubbio l’appartenenza dell’Italia all’euro: questo oggi pesa sui BTp, perché ogni volta che lo scontro con Bruxelles s’infiamma il mercato lo interpreta come la possibile anticamera di Italexit. Venerdì il dibattito sui mini-BoT non ha fatto altro che alimentare questa sensazione.

Gli altri ex Paesi Pigs hanno invece preso una strada diversa. Magari hanno debiti pubblici elevati: come la Grecia che nel 2018 era al 181,1% del Pil o come il Portogallo che era al 121,5%, non lontanissimo dal 132,2% dell’Italia. Ma li stanno riducendo. Lisbona era al 128,8% nel 2015 e a fine 2020 secondo la Commissione europea scenderà al 116,6%. Atene dal 181,1% attuale dovrebbe calare al 168,9% del 2020. L’Italia è invece l’unico Paese per cui è previsto un debito in crescita. Stava lievemente diminuendo negli anni passati (dal 131,6% nel 2015 al 131,4% nel 2017), ma poi ha fatto inversione a U: 132,2% nel 2018 e 135,2% previsto nel 2020 dalla Commissione Ue. Anche perché - come ha ricordato il Governatore di Bankitalia Visco – l’Italia è l’unico Paese insieme alla Grecia dove il costo del debito è più elevato della crescita economica. È così che la terza economia dell’Eurozona diventa Plutone sui mercati. Questo non significa che l’Italia debba copiare le ricette dolorose adottate in altri Paesi. Significa anzi l’esatto contrario: sarebbe bene evitare per tempo che i mercati tirino così tanto la corda da obbligarci, come è già accaduto nel 2011, ad adottare in extremis proprio quelle misure d’austerità che si vogliono scongiurare.

La Svizzera non firma l’accordo con la Ue: scattano le sanzioni di Bruxelles

Entro il 30 giugno doveva essere rinnovato il patto di «convivenza» tra Berna e l’Unione. Prima «punizione»: impossibile scambiare in Europa azioni della Borsa di Zurigo

La Svizzera è finita sulla lista dei «cattivi» dell’Unione Europea: da lunedì primo luglio scatterà la prima importante sanzione finanziaria di Bruxelles contro la Confederazione; decadrà infatti la cosiddetta «equivalenza» della Borsa di Zurigo con le altre piazze affari comunitarie. Tradotto in pratica: non sarà più possibile scambiare titoli del listino elvetico nelle altre Borse dei paesi Ue. La sanzione è dovuta al fatto che è scaduto l’ultimatum (30 giugno) indicato da Bruxelles entro il quale doveva essere sottoscritto il nuovo accordo che regola i rapporti tra la Comunità e la Svizzera. Si tratta di una sanzione dal significato più politico che concreto e contro il quale Berna prepara contromosse (ad esempio il taglio di alcuni contributi che è tenuta a versare a Bruxelles).

Cosa non piace alla Svizzera

Attualmente i rapporti tra i 27 stati Ue e la «fortezza» elvetica sono regolati da un dozzina di trattati bilaterali che spaziano nei campi più diversi: la circolazione delle persone, delle merci, dei capitali, la collaborazione giudiziaria, il traffico aereo e ferroviario, la sicurezza. Quattro anni fa le parti hanno cominciato a rinegoziare e aggiornare parti del dossier ma alcuni capitoli non hanno convinto del tutto la Svizzera. L’incaglio riguarda in particolare le regole di accesso al mercato del lavoro elvetico per i cittadini comunitari (ritenute troppo permissive), l’accesso a una serie di prestazioni sociali svizzere sempre da parte di cittadini Ue e alcuni diritti legati alla cittadinanza. Berna ha chiesto via via più tempo per discuterne, Bruxelles ha posto un termine ultimo per sottoscrivere l’accordo (il 30 giugno, appunto) oltre il quale avrebbe attuato misure ritorsive.

Botta e risposta

Detto e fatto: la «deadline» è alle porte, i tempi tecnici sono scaduti e da lunedì si alzerà un muro tra la Borsa di Zurigo e le «consorelle» d’Europa. I rischi concreti? le imprese elvetiche avranno più difficoltà a finanziarsi attraverso investitori comunitari ma l’associazione dei banchieri ostenta sicurezza: «Gli operatori europei che intendono finanziare aziende svizzere potranno tranquillamente farlo passando dalle piazze di New York o Singapore» ha fatto sapere il direttore dell’associazione Jan Langlo. Ma il governo federale ha pronta la contromossa: la più probabile sarebbe bloccare lo stanziamento (un miliardo circa) che la Svizzera versa alla Ue come fondo di coesione con i paesi dell’Est Europa. Per questo passaggio è però necessario un voto del parlamento che potrà arrivare solo in autunno.

Il nodo del referendum

Nel frattempo le diplomazie proveranno a ricucire lo strappo. Il più ottimista, in queste ore è Ignazio Cassis, ministro degli esteri elvetico: «Speriamo si tratti di una situazione temporanea» ha dichiarato alla tv nazionale. Aggiungendo poi: «In Europa qualcuno si è convinto che volessimo solo perdere tempo ma in Svizzera abbiamo una diversa struttura democratica, non basta un pronunciamento del governo. L’intenzione era quella di sottoporre l’accordo a un referendum popolare, come prevede la democrazia diretta della Confederazione ma in ottobre sono previste anche le elezioni parlamentari, «congiunzione» che potrebbe favorire lo schieramento contrario all’accordo con Bruxelles. «e invece è necessario che il trattato soddisfi la maggioranza della popolazione e della parti sociali» ha detto Cassis. 

28 giugno 2019 (modifica il 28 giugno 2019 | 19:46)© RIPRODUZIONE RISERVATA

Unicredit, BNL e SanPaolo: i conti correnti sono controllati dal Fisco

In arrivo i nuovi controlli del fisco a seguito dell'introduzione del nuovo 
decreto dignità per il quale l'Agenzia delle Entrate guadagna piena
autonomia nel controllare i conti correnti degli italiani.

Il recente annuncio dell’Agenzia delle Entrate sta facendo tremare gli italiani. Sono stati infatti annunciati nuovi controlli del fisco, volti a scardinare l’evasione fiscale nel nostro paese. Come ben sappiamo questo è un fenomeno molto diffuso in Italia, tanto da essere oggetto di svariate lotte da parte degli enti preposti al controllo.

Mediante il Decreto Dignità, l’Agenzia ha guadagnato il pieno controllo sui conti correnti dei contribuenti italiani. Questo mette tutti i possibili evasori in una posizione scomoda. Non potranno infatti sfuggire al tanto odiato redditometro.

Controlli del Fisco: nessun correntista Unicredit, BNL e Sanpaolo è al sicuro

Con l’autonomia guadagnata, l’Agenzia delle Entrate avrà quindi la possibilità di controllare indistintamente ogni cittadino. Il redditometro metterà a confronto la dichiarazione dei redditi con tutte le spese del nucleo familiare. Se venissero trovate incongruenze verrebbero immediatamente effettuati controlli. Il calcolo di questa proporzione è abbastanza preciso ed intuitivo, permettendo di scoprire qualsiasi fonte di guadagno non dichiarata.

Qualora il tenore di vita del contribuente superasse del 20% o più quanto dichiarato, inizierà il controllo. Questo implicherà la richiesta di prove documentali per dimostrare gli acquisti. Il redditometro sarà ora molto più selettivo nell’analizzare le spese, verranno quindi valutate tutte quelle più importanti.

Un immobile di lusso o un’autovettura faranno automaticamente scattare il controllodell’agenzia. Qualora siete soliti lasciare depositi sul vostro conto corrente potreste comunque essere oggetti di un controllo, in quanto si potrebbe pensare ad una fonte di reddito in nero.

Il controllo inoltre scatterà anche nel caso di determinati acquisti. Riguardano questa categoria: acquisti tecnologici, spese per animali domestici, viaggi personali, salute, collaboratori domestici e spese per la casa.

Risparmio, la paura degli italiani vale 1.371 miliardi

di Milena Gabanelli e Giuditta Marvelli

Di che cosa hanno paura gli italiani quando parliamo di soldi? Del futuro, di rischiare troppo, di perderli? Partiamo dai numeri di Banca d’Italia: dei 4.287 miliardi di ricchezza finanziaria posseduta dalle famiglie italiane, ben 1.371 miliardi sono parcheggiati sui conti correnti. Non si incassano interessi, non si spende, non si investe. Secondo l’Abi nel 2018, i depositi della clientela residente sono aumentati di 32 miliardi rispetto al 2017. Una cifra uguale alla manovra di bilancio approvata a fine dicembre. Negli anni 2005-2006 il «polmone» di liquidità dei privati rappresentava il 23% del totale, nel 2009 è salito al 29%, oggi siamo al 32%. Lo stesso discorso vale per le imprese. A fine 2018, fra titoli immediatamente convertibili e contante, tenevano immobilizzati circa 340 miliardi, oltre il 20% del Prodotto interno lordo, raggiungendo il livello più elevato degli ultimi venti anni.

Zero interessi sui c/c

Dai dati Abi il tasso di remunerazione medio di questa liquidità è dello 0,38%, ma scendendo nel dettaglio degli strumenti più utilizzati dalle famiglie si scopre che i conti correnti tradizionali rendono zero e costano: 142 euro per una famiglia che fa 228 operazioni l’anno. Il rincaro, negli ultimi tre mesi è stato del 3,7%. Il dato si riferisce a una media di sette banche italiane, secondo un’indagine de «L’Economia» del Corriere della Sera del gennaio 2019. Meno costosi, 26 euro per la stessa famiglia, sono i conti online delle principali banche che hanno scelto la strada di avere solo (o quasi) canali digitali. Ma anche i conti di deposito vincolati, dove sono parcheggiati circa 500 miliardi – e che non servono per depositare stipendi, fare prelievi o appoggiare accrediti delle bollette – non sono generosi. Questi salvadanai digitali offrono in media lo 0,5% netto a chi lascia fermi i soldi per un anno. A differenza dei conti operativi non costano, ma l’inflazione marcia allo 0,9% su base annua: la remunerazione non è quindi sufficiente a mantenere integro il capitale «parcheggiato».

Chi ha poco risparmia, chi ha molto non investe

Ovviamente non tutti i correntisti italiani hanno tanti soldi fermi. La distribuzione della ricchezza, anche quando si parla di denaro subito disponibile, è sempre più disomogenea. Dalla ricerca Ipsos-Acri di ottobre 2018, solo il 78% (- 2% rispetto al 2017) potrebbe far fronte ad una spesa imprevista di mille euro. Mentre il 36%(+2%) potrebbe affrontare un’emergenza da 10 mila euro. In sostanza aumenta chi se la cava meglio, mentre chi ha poco ha sempre meno. Che cosa sta succedendo adesso? Con la frenata del Pil e la recessione «tecnica» ormai certificate, gli imprenditori che intendo fare investimenti nel 2019 sono scesi dal 25% all’11%. Le famiglie sono sempre più prudenti: la propensione al risparmio è salita all’8,1% del reddito disponibile. Significa che se guadagno 100 euro, cerco di metterne via 8 (Banca d’Italia, Bollettino economico gennaio 2019).

Le paure degli italiani

Che cosa preoccupa di più? Il 53% degli italiani muniti di conto corrente indica la recessione, il 40% la possibile perdita del lavoro, il 27% teme in aumento delle tasse. Mentre alla domanda: «Che cosa farebbe se le regalassero centomila euro?», il 47% risponde «Li metterei da parte». Solo il 14% dei correntisti li investirebbe in azioni, fondi o prodotti finanziari (Osservatorio Anima Gfk).

Ma quanto costa non investire? Diecimila euro posteggiati su un conto infruttifero dopo cinque anni diventano poco più di 9 mila, per colpa di costi e inflazione. Investiti in obbligazioni internazionali, ipotizzando di riuscire a ottenere gli stessi rendimenti medi del periodo 1900-2017, dopo cinque anni possono diventare 11 mila. L’elaborazione realizzata da AdviseOnly tiene conto di un periodo di tempo molto lungo, in cui si sono susseguiti periodi buoni e stagioni cattive per i mercati.

Ma quanto costa non investire? Diecimila euro posteggiati su un conto infruttifero dopo cinque anni diventano poco più di 9 mila, per colpa di costi e inflazione. Investiti in obbligazioni internazionali, ipotizzando di riuscire a ottenere gli stessi rendimenti medi del periodo 1900-2017, dopo cinque anni possono diventare 11 mila. L’elaborazione realizzata da AdviseOnly tiene conto di un periodo di tempo molto lungo, in cui si sono susseguiti periodi buoni e stagioni cattive per i mercati.

Quasi 9 miliardi emigrati su conti esteri

Tra la primavera e l’autunno del 2018, prima che il governo trovasse un accordo con l’Europa sulla manovra, era tornata in primo piano la paura per una possibile uscita dall’euro, oggi indicata solo dall’11% dei correntisti nel recente sondaggio di Anima Gfk. Serpeggia poi il timore di una patrimoniale. La conseguenza è stata quella di mettere in moto l’interesse per l’apertura di conti all’estero, che consentirebbero di mantenere in euro una piccola/grande quota della liquidità se tornasse la lira. Ma in caso di patrimoniale ci si ripara dalle tasse? Se non si vuole essere perseguiti per evasione, la risposta è no, poiché l’apertura di conti esteri va riportata nella dichiarazione dei redditi. Certo per lo Stato diventa tutto più complicato: non potendo imporre il prelievo automatico a una banca svizzera o maltese, dovrà passare attraverso l’Agenzia delle Entrate, con tutti gli inevitabili contenziosi. A conti fatti la liquidità degli italiani emigrata nel 2018 ammonta a 8,9 miliardi di euro. L’analisi dei flussi sui conti correnti ha riscontrato un aumento di depositi su conti esteri nel periodo marzo-settembre, quello più critico.

Le frontiere dei conti online

Quanto costa scappare senza avere capitali rilevanti? Come tenere un conto in Italia, se non di più: a Monte Carlo un prelievo bancomat può arrivare a 10 euro. Ma anche in questo caso il digitale apre strade inedite. Il conto corrente online N26, che opera con licenza tedesca e che è sbarcato in Italia nel 2017, ha spese ridotte all’osso e 300 mila clienti nel nostro Paese (il 13% dei suoi 2,3 milioni sparsi in 24 mercati europei). Chi lo sceglie si trova titolare di un Iban tedesco. Con i soldi a Berlino, senza dover andare in Germania. 

Come rimettere in circolo il denaro

Un maggior raccordo tra la capacità di risparmio dei privati e l’economia reale, quella delle imprese e delle opere pubbliche, servirebbe a rompere il clima di incertezza. Oggi a puntare sull’azienda Italia ci sono i Piani individuali di risparmio: i fondi pieni di azioni e bond di piccole e medie imprese che concedono l’esenzione fiscale a chi resta investito per almeno un quinquennio. Una novità che ha raccolto in due anni più di 15 miliardi, finita però in pausa all’inizio del 2019 perché la Finanziaria ha ulteriormente ampliato la loro possibilità di acquistare piccole imprese non quotate, aprendo però un problema di aumento di rischio da risolvere. In conclusione questo gigantesco risparmio è il nostro petrolio, se non lo sfruttiamo noi, il sistema si erode e alla fine lo sfrutteranno altri comprandosi le nostre banche. Perché allora non ipotizzare che Stato e imprese possano collaborare per realizzare infrastrutture ad elevato moltiplicatore, e modernizzare il Paese, coinvolgendo anche la liquidità delle famiglie? Basterebbe prevedere che parte del fabbisogno finanziario venga ottenuto da obbligazioni garantite dello Stato, e cioè un investimento talmente simile ai titoli di stato da superare le paure delle famiglie. Un Paese prospera solo quando il denaro circola, non quando resta immobile e sterile su un conto.17 febbraio 2019 | 23:02© RIPRODUZIONE RISERVATA

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/risparmio-investimento-conticorrenti-depositi-banche-paura-italiani-1371-miliardi/d642ebe0-313a-11e9-a4dd-63e8165b4075-va.shtml

La Svizzera chiude il 2018 con 2,9 miliardi di utile (10 volte meglio del previsto)

Il gettito fiscale è stato di 2,2 miliardi superiore alle attese, merito soprattutto degli utili delle imprese. Ma la pressione fiscale della Confederazione è tra le più basse dell’Ocse

La casse dello stato svizzero hanno chiuso il 2018 con un «utile» di 2,9 miliardi di franchi, pari a circa 2,6 miliardi di euro. Il surplus del bilancio pubblico superano nettamente le previsioni formulate dodici mesi fa, che parlavano di un avanzo di appena 300 milioni di franchi. Una cifra che consente al governo di Berna di guardare con tranquillità al futuro almeno fino al 2022 e che sembra appartenere a un altro mondo rispetto all’Italia alle prese con deficit, debito pubblico in crescita e voci sempre più insistenti di una manovra correttiva entro la fine dell’anno. 

L’avanzo del 2018 è stato comunicato da una nota ufficiale del governo elvetico diffusa pochi giorni fa. Il risultato, dice la comunicazione giunta da Berna «è dovuta all’evoluzione positiva delle entrate e alla grande disciplina mantenuta sul fronte delle uscite». In particolare il gettito fiscale è stato di 2,2 miliardi superiori al preventivo, con un forte contributo arrivato dall’aumento degli utili delle imprese. Le spese invece hanno registrato un «risparmio» di 500 milioni e una diminuzione rispetto all’anno precedente dell’1,8%. Tra le minori uscite vengono citate quelle per il persone (-150 milioni) per beni e servizi (-390 milioni) per le richieste di asilo politico (-160 milioni). Per il 2020 viene messo in conto un «bonus» di 400 milioni mentre sei mesi fa si prevedeva il medesimo importo ma con il segno meno. 

a Svizzera, per abitudine, imposta il bilancio statale con molta prudenza (specie sul fronte delle spese) in modo da avere più probabilità di ritrovarsi a fine anno con una avanzo di bilancio. Il risultato del 2018 è però macroscopico avendo superato di quasi 10 volte le previsioni. Ma cosa può aver contribuito al surplus di 2,9 miliardi? L’economia elvetica, che non è arretrata nemmeno negli ani peggiori della crisi mondiale, ha continuato a marciare e l’ultimo dato disponibile parla di una crescita dell’1,6% del pil. Sul gettito ha continuato a far sentire i suoi effetti l’amnistia fiscale che nell’arco di più anni ha portato nelle casse di Berna oltre 31 miliardi di franchi (principalmente rientrati dal Liechtenstein). Da notare che secondo i dati dell’Ocse la pressione fiscale sui salari in Svizzera è del 21,8%.null

Di Claudio Del Frate
19 febbraio 2019 (modifica il 19 febbraio 2019 | 13:00)
© RIPRODUZIONE RISERVATA - https://www.corriere.it/

Rischio Prelievo Forzoso: Conti Correnti Al Sicuro Fino A 100.000 Euro?

Rischio prelievo forzoso, se ne parla da anni, sempre a sproposito. Ad ogni modo, nei momenti di massima tensione sui mercati finanziari per i nostri titoli di stato, le cronache dei quotidiani sono piene di articoli che riguardano l’ipotesi estrema, per quanto non impossibile, di un prelievo forzoso. Il governo Conte l’ha smentito categoricamente, dopo che nei fatti l’ha rilanciata l’agenzia di rating Moody’s, che nel declassare il nostro debito pubblico a “Baa3”, ne ha mantenuto l’outlook stabile, rimarcando come la ricchezza privata italiana sia elevata, lasciando intravedere che il Tesoro sarebbe nelle possibilità di attingervi nel caso in cui si rendesse necessario. In buone parole, ponendo che davvero lo stato avesse problemi di liquidità e non fosse in grado di accedere ai mercati per rifinanziarsi, avrebbe a disposizione migliaia di miliardi degli italiani da intaccare. Come? Attraverso un prelievo forzoso per l’appunto.

Al 31 agosto scorso, nei conti correnti e deposito degli italiani risultavano giacenze per oltre 1.300 miliardi di euro. Nel totale, la ricchezza è stata stimata in 4.290 miliardi di euro, qualcosa come due volte e mezzo il pil e quasi il doppio dei 2.300 miliardi di euro di debito pubblico. L’Italia ha anche un precedente che non depone in favore dei risparmi. La notte tra il 9 e il 10 luglio del 1992, il governo Amato impose una tassa una tantum dello 0,6% sui conti bancari degli italiani, chiaramente senza preannunciarlo, altrimenti vi sarebbe stato un assalto agli sportelli per ritirare il denaro depositato.

La domanda che molti di noi si staranno ponendo in questi giorni è la seguente: ma i conti correnti e deposito non sono sicuri fino a 100.000 euro? La risposta è sì, ma con riferimento all’ipotesi di risoluzione bancaria. In sostanza, il Fondo interbancario di tutela dei depositi assicura ogni conto fino a 100.000 euro, ma per il caso in cui la banca si rivelasse insolvente. Qui, saremmo in una situazione del tutto differente, perché lo stato potrebbe decidere di tassare qualsiasi giacenza, senza prevedere alcuna franchigia in favore dei piccoli depositi. Così avvenne nel 1992 e così potrebbe, in teoria, verificarsi anche stavolta. Dunque, non bisogna crogiolarsi dietro al fatto che i depositi siano assicurati per i primi 100.000 euro, in quanto nulla vieterebbe a un governo di tassare qualsivoglia importo.

C’è una buona notizia, però: un governo che decidesse di entrare di notte nei conti bancari e di prelevarne anche una minima porzione segnerebbe la sua fine politica. La misura risulterebbe così impopolare, che di fatto andrebbe alle elezioni da sconfitto quasi certo e nessuno si suiciderebbe credibilmente, tant’è che nemmeno il governo Monti, che pure avrebbe avuto in animo simili provvedimento, trovò nella maggioranza trasversale di allora il sostegno minimo per imporre alcun prelievo forzoso, sebbene mise ugualmente le mani sui patrimoni delle famiglie, attraverso varie stangate ai danni di vari assets.

Rispetto al 1992, poi, oggi le condizioni finanziarie sarebbero diverse e giocherebbero conto un intervento di questa portata. Allora, la mobilità dei capitali era ancora bassa, oggi con un clic del mouse gli italiani reagirebbero probabilmente alla stangata portando all’estero i propri denari, provocando il collasso bancario domestico e costringendo il governo a imporre controlli ai movimenti finanziari. Sarebbe un disastro e, peraltro, a fronte di un beneficio per le casse statali solo apparente ed effimero. Supponiamo che il prelievo forzoso prevedesse il ritiro dai conti dell’1% delle giacenze: lo stato incasserebbe in un istante 13 miliardi di euro, riuscendo ad abbattere il debito di solo lo 0,7% del pil. Nel frattempo, la fiducia verso le banche e lo stato crollerebbe a livelli minimi ancora più infimi e si creerebbero le condizioni ideali per la caduta in una nuova recessione. Sarebbe la terza in un decennio. Insomma, formalmente lo stato potrebbe prenderci una percentuale dei risparmi depositati sui conti bancari, ma scommettiamo che ciò non accada per ragioni essenzialmente politiche e perché, in fondo, sarebbe una misura demenziale di puro autolesionismo finanziario.

BNL, Postepay, Fineco e Unicredit: le truffe mettono a rischio i conti correnti

Questo nuovo anno per alcuni consumatori non è iniziato molto bene; la causa è degli hacker e dei loro subdoli trucchetti con cui svuotano il conto corrente di povere vittime. Molti consumatori hanno segnalato dei messaggi sotto il falso nome del proprio Istituto diCredito e si sono ritrovati in pochi minuti con il proprio conto azzerato; i consumatori colpiti sono i clienti di UnicreditIntesa San PaoloBNL e Postepay.

Clienti truffati: ecco come

Dobbiamo prestare sempre maggiore attenzione ai messaggi che riceviamo perché con delle attrezzature adatte, oggi giorno è facile falsificare il nome del mittente; gli hacker, riescono a truffare i consumatori in due modi:

  • Il primo metodo avviene tramite le email che contengono delle fatture da pagare, per dei reali servizi ricevuti. L’hacker riesce ad intercettare tali email e modificando il vero iban con uno falso, riesce a farsi accreditare il totale della somma che la vittima deve pagare.
  • Il secondo metodo avviene tramite messaggi su whatsapp; l’hacker invia dei messaggi sotto il falso nome dell’Istituto di Credito di cui la vittima fa parte, contenenti informazioni relative al proprio conto e su un presunto “blocco di account”. Inoltre, il messaggio continua con il metodo per sbloccare il proprio conto e un link che indirizzerebbe la vittima direttamente all’Home Banking; una volta che la vittima accede all’Home Banking con le proprie credenziali, l’hacker riesce a rubare ogni singolo dato personale e a svuotare in pochi minuti tutto l’accredito del conto corrente. Queste sono le due truffe che hanno colpito maggiormente i consumatori; quindi è consigliabile avere un occhio di riguardo in più, durante la ricezione di messaggi simili. Inoltre, scaricare un anti-phishing è ottimo per evitare la ricezione di tali email e cadere in subdole trappole di presunti hacker. 

ATTACCO HACKER!!!

Collection #1, il «più grande» furto di dati online: raccolti 773 milioni di mail. Cambiate le password

Il numero di indirizzi e codici trafugati dalla Rete sarebbe la raccolta («Collection» appunto) di furti anche del passato: i nuovi dati si ridurrebbero «solamente» a 140 milioni di email e 10 milioni di password. Il tutto raccolto in un unico file da 87 Gigabyte.Viene raccontato come «il più grande furto di dati della storia» e si chiama «Collection #1», un’operazione di hackeraggio che avrebbe raccolto 773 milioni (772.904.991 per la precisione) di indirizzi web e più di 21 milioni (21.222.975) di password uniche. Il nome peraltro lascia supporre che esistano anche altre versione di questo attacco che ha portato alla raccolta di un archivio da 87 gigabyte di dati sensibili (foto sopra). Secondo Agi ad averne dato notizia per primo in Italia su Twitter è stato l’utente Odisseus, un esperto italiano di cybersecurity, ma a scoprire l’archivio è stato Troy Hunt, ricercatore informatico autore del sito Have I been pwned? («Sono stato bucato?») che da anni conserva il risultato di successivi furti di dati ai danni di Yahoo!, Facebook, Twitter, Adobe, YouPorn e via dicendo. Andando su questo sito è possibile scoprire se si è stati oggetti del furto. In ogni caso il consiglio degli esperti di sicurezza è quello di cambiare immediatamente le proprie password. Qui sotto potete trovare una guida per farlo in modo sicuro.Secondo Hunt, Collection #1 è «il più grande databreach mai caricato sul sito». E su questa scia hanno titolato tutti i principali siti di tecnologia americani, i primi ad aver dato notizia dell’operazione, da Wired a Mashable. In realtà però il furto in sé non dovrebbe avere questa portata, cioè da un’analisi delle email messe a disposizione dal ricercatore suggerisce che l’enorme archivio (la foto sotto) sia appunto la collezione di diversi databreach operati negli anni ai danni di singoli privati, siti e organizzazioni. Molti account risultano infatti presenti nelle raccolte di attacchi del passato. Ma facendo una comparazione fra le email già raccolte dal suo sito e quelle appena scoperte, lo stesso Troy Hunt sostiene che «ci sono 140 milioni di email che non erano mai state caricate prima» nel suo database e lo stesso vale per la metà delle password, 10 milioni circa di password «nuove». Solo questi nuovi dati sarebbero dunque quelli veramente a rischio perché i precedenti sono verosimilmente già stati modificati dagli utenti. Come detto, per verificare se siete stati «bucati» potete verificare qui. Molti dei domini coinvolti dal furto, quelli da cui sono stati raccolti i dati, finiscono con «.com» e sono legati a siti con materiali pornografici oppure social network e portafogli bitcoin. I dati sembrano arrivare da operazioni e fonti differenti il ricercatore Troy Hunt dice di averne trovato l’archivio da 87 Gb sul sito di hosting Mega, da cui è stato successivamente rimosso. I dati però continuerebbero a viaggiare su alcuni forum di discussione popolari tra i gruppi hacker. Secondo Sergey Lozhkin, del team di ricerca Great del Kaspersky Lab: «La cosa più preoccupante è che tutti questi dati, ottenuti attraverso varie violazioni, possono essere facilmente trasformati in un unico elenco di indirizzi email e password: tutto quello che i cybercriminali avrebbero bisogno di fare, quindi, è creare un software piuttosto semplice e verificare così l’effettivo funzionamento di quelle stesse password. Per azioni di phishing, fino ad attacchi mirati per il furto di identità digitali, la sottrazione di denaro o la compromissione dei dati sui social network». Gli esperti da anni mettono in allerta utenti e aziende sui rischi del cosiddetto «cybercrime»: secondo un nuovo studio di Accenture, le spese addizionali per risolvere le vulnerabilità e le conseguenze degli attacchi, nonché i mancati ricavi, potrebbero costare alle società fino a 5.200 miliardi di dollari nel corso dei prossimi cinque anni. Sul sito «Have I been pwned?», letteralmente preso d’assalto in queste ore, si può dunque verificare se la propria email è stata rubata, in questa azione specifica o in alcune precedenti. Se la mail è apparsa su una qualche pastebin, le «lavagne» temporanee utilizzate per comunicare in via anonima e veloce, è bene oltre a cambiare le password degli account associati a quell’indirizzo email anche aggiungere un ulteriore livello di sicurezza attivando dove possibile la doppia autenticazione. È infine bene fare (maggiore) attenzione da adesso in avanti a eventuali email «strane» perché potrebbero essere delle esche per tentativi di phishing legati appunto alla circolazione della propria mail online in ambienti legati a cybercriminali.

https://www.corriere.it/tecnologia/19_gennaio_18/scoperto-maxi-furto-dati-online-rubati-730-milioni-mail-password-058ca2d2-1ab2-11e9-b5e1-e4bd7fd19101.shtml

DA VEDERE ASSOLUTAMENTE! “Goldman Sachs”

Come funzionano le cassette di sicurezza in banca in Italia

Le cassette di sicurezza in banca sono usate da sempre più italiani per 
depositare contanti, beni preziosi, titoli e qualunque altra cosa,
normalmente di un certo valore, non si voglia conservare in casa.
Per esempio da chi acquista monete da investimento, un settore in grande
crescita e molto amato da collezionisti o semplici investitori.
Naturalmente c'è anche chi le utilizza per sfuggire al fisco e ai controlli
dell'Agenzia delle Entrate o della Guardia di Finanza e questo è un
discorso che affronteremo nel corso dell'articolo.
Come vedremo lo Stato italiano si è fatto furbo e il concetto di segretezza
bancaria, di anonimato della cassetta di sicurezza, praticamente non
esiste più. Bene, cominciamo col vedere una sintesi di come funzionano
le cassette di sicurezza in banca, i passi da compiere per aprirne una,
come accedere, quanto costa e tutte le considerazioni sulla sicurezza dei
nostri averi. Vedremo successivamente 
quali sono le norme relative ai controlli fiscali ed anche alcune
informazioni sull'apertura forzata della cassetta di sicurezza.

Accedere ad un servizio di questo tipo non è una cosa difficile o limitata
solo a particolari clienti di un istituto di credito, anche se va detto che le
banche possono mettere in atto politiche molto diverse tra loro.
Per esempio: alcuni istituti non richiedono nessun costo per l'apertura di
una cassetta di sicurezza ai loro clienti migliori. In pratica la concedono
gratuitamente. Inoltre, anche le regole per l'accesso possono essere
differenziate e specifiche per ogni istituto.
Un servizio aggiuntivo delle banche
Gli istituti di credito, le banche nella sostanza, tra i vari servizi che
offrono possono garantire anche un servizio di custodia di beni,
documenti, contanti e così via, garantendo sia un alto livello di privacy
che un elevato grado di sicurezza, a fronte comunque di una normativa
cambiata negli ultimi anni e di cui bisogna tener conto.
Il funzionamento è molto semplice.
Le cassette sono posizionate infatti nel caveau o in una stanza comunque
blindata degli istituti bancari, quindi sono da considerarsi assolutamente
sicure, ed il titolare accede al servizio in totale autonomia, in modo da
gestire le operazioni nella privacy più assoluta.
Quando parliamo di sicurezza, ci riferiamo alla possibilità di subire furti,
certo molto difficili in questo caso, se non improbabili.
Se invece ci riferiamo ai controlli fiscali, allora il discorso è diverso ma
ne parleremo più avanti. Va detto che fino a qualche anno fa una
soluzione di questo tipo dava la certezza di essere completamente
anonimi agli occhi dell'Erario, ma adesso le cose sono cambiate e 
l'Agenzia delle Entrate può anche richiedere l'apertura della cassetta
di sicurezza in banca, se ne siamo in possesso.
Lo Stato, ma non solo l'Italia va detto, deve far fronte ad un'evasione
fiscale non più tollerabile in queste dimensioni e quindi sono state
realizzate delle normative che obbligano gli istituti a dichiarare molte più
cose rispetto al passato, ma ne parleremo più avanti.

Come funziona :
Vediamo brevemente come funziona il servizio.
Dopo aver sottoscritto il contratto il cliente è tenuto al deposito della
firma che autorizza all'accesso. È possibile delegare anche dei soggetti
terzi, i quali naturalmente dovranno depositare la firma che li autorizza
ad accedere alla vostra cassetta di sicurezza in banca in totale sicurezza.
Una volta terminata questa operazione vi verrà consegnata la chiave
numerata corrispondente al vostro deposito.
Ogni volta che vorrete accedere dovrete trascrivere l'accesso su un
registro apposito, come stabilito dalle normative vigenti,
e dovrà essere presente un funzionario il cui compito è quello di
identificare il cliente, controllare la corrispondenza della firma con
quella autorizzata e quindi accompagnarvi nei locali appositi.
Per una questione di sicurezza, oltre alla vostra chiave per aprire la
cassetta è necessaria anche una chiave universale in possesso della banca.
Dei costi, che sono molto variabili va detto, ne parliamo più avanti.

Non sono completamente anonime :
Nel momento in cui sottoscrivete il contratto per l'utilizzo di una cassetta
di sicurezza in banca non siete tenuti a dichiararne il contenuto e la stessa
cosa vale ogni volta che depositerete beni, documenti, contanti o tutto
quello che volete. Il sistema consente quindi un elevato grado di
anonimato. Attenzione però alle nuove normative antiriciclaggio,
che impongono alle banche di dichiarare i nomi di coloro che hanno
stipulato un servizio di questo tipo. Quindi l'anonimato vale per il
contenuto, ma se l'Agenzia delle Entrate ottiene da un giudice la
possibilità di controllare il contenuto, lo può fare, di conseguenza 
le cassette di sicurezza in banca sono sicure, dal punto di vista del
nascondere i propri beni, ma non completamente.
L'anonimato va considerata una cosa relativa, non assoluta.
Inoltre, se volete garantirvi con un contratto assicurativo contro il
rischio di eventuali furti, allora sarete tenuti a dichiarare il valore
massimo dei beni depositati.

Cosa succede in caso di furto o manomissione:
Anche se la possibilità che la banca possa subire un'intrusione nei suoi
caveau la possiamo considerare abbastanza remota, non significa che è
impossibile. La cronaca ci testimonia che anche gli istituti di credito più
rinomati e sicuri possono subire furti che interessano principalmente le
cassette di sicurezza dei clienti, ovviamente.
Vediamo cosa dice il Codice Civile al riguardo.
Insomma, cosa succede nel caso di furto dei beni conservati
all'interno della nostra cassetta in banca? Veniamo rimborsati, per
esempio dei contanti depositati? La risposta a questa domanda non è
facile come si può immaginare, anche perché coinvolge il discorso
dell'anonimato! Va detto comunque che adesso le banche associano alla
cassetta di sicurezza anche una polizza assicurativa, ne parleremo più
avanti, ma che prevede naturalmente un massimale.

Responsabilità della banca:
Nel caso di furto del contenuto di una cassetta di sicurezza in banca,
la giurisprudenza nega l'eventualità di "caso fortuito", mentre tende ad
inserirlo nella casistica degli "eventi prevedibili".
Andando oltre il burocratese delle normative giuridiche, questo significa
che in caso di furto dei beni conservati in una cassetta di sicurezza,
compresi i contanti, la banca è da considerarsi sempre responsabile ed è
quindi tenuta al risarcimento del danno subito dal cliente.
In alcuni casi giudiziari è stata data la possibilità alla banca di cercare di
dimostrare che nessuna azione avrebbe potuto evitare lo scasso e quindi 
il furto dei beni del cliente contenuti nella cassetta di sicurezza, ma
una sentenza del Tribunale di Roma ha escluso che un istituto di credito
possa esimersi da responsabilità adducendo l'impossibilità tecnica di
evitare il furto, anche nel caso in cui quest'ultimo sia stato messo in atto
con la complicità del personale interno della banca, caso più comune di
quanto si possa immaginare. Insomma, dal punto di vista della
responsabilità bancaria in caso di furto, la cassetta di sicurezza può
considerarsi una soluzione sicura.

Rescissione del contratto:
Nel caso in cui la cassetta di sicurezza sia stata manomessa, tecnicamente
si parla di "alterazione dell'integrità", il cliente ha il diritto di chiedere la
risoluzione del contratto ed il risarcimento dei danni subiti, a condizione
che l'evento non sia stato generato da una sua responsabilità, per esempio
la perdita della chiave senza aver tempestivamente avvisato la banca.
È importante conoscere le azioni da mettere in atto nel momento in cui
ci si accorge che la propria cassetta di sicurezza è stata manomessa,
pena la decadenza del diritto ad ottenere il risarcimento dei beni
mancanti.
- Evitare di aprirla
- Presentare immediatamente un reclamo scritto alla banca
- È necessario fornire, al momento della presentazione del reclamo,
 l'elenco completo e dettagliato dei beni contenuti nella cassetta di
 sicurezza.
- L'apertura della cassetta per controllare il danno deve avvenire alla
 presenza di un incaricato della banca e di un notaio.
- Va redatto un verbale con la descrizione dello stato esteriore della
 cassetta, dei beni contenuti e di quelli che a detta del cliente della
 banca risultano mancanti.
- Se è la banca ad accorgersi della manomissione, deve avvisare il
 cliente con lettera raccomandata e se questi no si presenta per la
 verifica, l'istituto di credito può passare all'apertura forzata della
 cassetta di sicurezza.

La prova del danno:

Una volta accertato che c'è stato un furto di beni contenuti nella cassetta
di sicurezza in banca, è necessario dimostrare l'entità del furto.
Da questo punto di vista la natura di anonimato e segretezza del servizio
in questione rende poco agevole dimostrare l'entità del furto, quindi la
consistenza del danno subito. Va detto che alcuni cassettisti hanno l
'abitudine di fotografare il contenuto della cassetta, man mano che vi
introducono dei beni, ma la cosa ha i suoi limiti.
La banca infatti non tiene traccia dei beni inseriti nella cassetta e quindi
non può avere un riscontro oggettivo del danno subito dal cliente in caso
di furto. In questo caso la giurisprudenza si avvale del criterio chiamato
"presuntivo", vale a dire che il giudice che deciderà nella eventuale causa
tra cassettista e istituto bancario, potrà dedurre il danno arrecato al
cliente dal furto subito e stimare quindi, con "valutazione equitativa ex
art. 1226 c.c, l'entità del danno subito dal cassettista.
Ma su cosa si basa questa valutazione "presuntiva"? Vediamo.
- La condizione economica del proprietario della cassetta di sicurezza
- Il costo annuale della cassetta
- Eventuali fatture e testimonianze dei beni trafugati
- Testimoni del cliente a conoscenza del contenuto della cassetta

  prima del  furto
- La lista dei beni trafugati presentata appena accertata la

  manomissione
- La certa e comprovata moralità del cassettista (insomma, non

  dovete  avere precedenti penali)
- Valore massimo del contenuto stabilito in fase contrattuale


Per quanto l'argomento sia dibattuto, giuridicamente parlando, ormai è
pratica abbastanza comune per le banche di stabilire in fase contrattuale
un valore massimo dei beni conservati nella cassetta di sicurezza,
oltre il quale non si può chiedere un risarcimento.
Attenzione quindi alle postille presenti nei contratti e che esentano la
banca da responsabilità risarcitorie oltre una certa soglia.

Assicurazione:
Ormai è pratica piuttosto comune da parte delle banche,
in fase contrattuale, obbligare ad una polizza assicurativa sui beni
contenuti all'interno di una cassetta di sicurezza.
In genere nei contratti di tipo comune viene garantita una sogli standard
di valore, che può variare da istituto ad istituto, ma naturalmente si può
decidere di incrementare il valore della copertura assicurativa, a fronte
naturalmente di un premio più elevato.

Apertura forzata della cassetta di sicurezza: 
Ne parleremo anche più avanti quando affronteremo il discorso controlli
fiscali e Agenzia delle Entrate, evasione fiscale e così via, ma intanto
vediamo quali sono le condizioni più importanti che possono portare
all'apertura forzata della cassetta di sicurezza.
Le norme e le leggi al riguardo, lo diciamo subito, sono molto complesse
e articolate. Spesso la decisione sull'apertura forzata di una cassetta di
sicurezza in banca viene affidata al libero arbitrio del singolo tribunale,
entro certi limiti naturalmente, in quanto la giurisprudenza al riguardo è
a dir poco tortuosa e anche delicata ovviamente.
Contratto scaduto
Se il contratto in essere tra cassettista e banca risulta scaduto da almeno
6 mesi senza che il primo abbia restituito la chiave di sua compentenza,
l'istituto può chiedere al Tribunale l'apertura forzata della cassetta di
sicurezza, a condizione che abbia precedentemente provveduto all'invio
di una raccomandata con avviso di ricevimento al cliente.
Eventuali pericoli
La stessa procedura può essere avviata nel caso in cui la banca sospetti
che il contenuto della cassetta di sicurezza possa costituire un pericolo
di qualsiasi genere agli altri utenti del servizio.
Oltre al pericolo viene considerato anche l'eventuale danno, pregiudizio
o disturbo.
Ritardato o mancato pagamento del canone
Esattamente come nei due casi precedenti, l'apertura forzata della
cassetta di sicurezza deve avvenire alla presenza di un notaio e secondo
le modalità indicate dal Tribunale. Lo stesso decide come devono essere
conservati i beni e se possono essere venduti per rimborsare la banca
dei costi sostenuti. Insomma, se i beni conservati nella cassetta di
sicurezza possono essere pignorati, nella sostanza.
Vediamo altri casi in cui è possibile procedere all'apertura forzata della
cassetta di sicurezza in banca.
Morte dell'utente e impossibilità di trovare la chiave
In questo caso la banca può consentire l'apertura forzata della cassetta
di sicurezza solo in presenza di un accordo tra tutti gli aventi diritto o
comunque secondo le modalità previste dall'autorità giudiziaria.
Nel caso in cui ci siano cointestari del contratto in essere tra il soggetto
deceduto e la banca la cosa si complica moltissimo ed è meglio rivolgersi
ad un avvocato per capire come muoversi.
Un altro aspetto controverso e complesso è quello della titolarità dei
beni contenuti nella cassetta di sicurezza del soggetto deceduto,
ancora di più se ci sono dei cointestari. In genere l'argomento
"successione" è molto problematico, soprattutto nel momento in cui sono
presenti vari eredi nel testamento.
Fallimento del cassettista
Solo dopo il subentro del curatore fallimentare, che acquisisce tutti i
diritti e gli obblighi del cassettista. I tempi di intervento del curatore
sono uno degli argomenti più dibattuti in giurisprudenza e dipendono
molto da tutta una serie di variabili difficilmente sintetizzabili.
Esecuzione forzata sul contratto della cassetta
Anche da questo punto di vista le cose sono parecchio complesse.
La giurisprudenza considera certamente legittimo il sequestro e
l'espropriazione del contenuto di una cassetta di sicurezza, ma non
esiste una normativa unanime riguardo alla forma più idonea del
procedimento esecutivo. Le due soluzioni possibili sono quelle del
pignoramento diretto o di quello detto "presso terzi".
- Rifiuto di un eventuale cointestario della cassetta di collaborare
  all'apertura della stessa
Diritto di una terza parte di recuperare cose di sua proprietà

Cassette di sicurezza e controlli fiscali:
Il rapporto tra chi possiede un deposito e il fisco è soggetto ad una serie
di normative, ma anche a variazioni nel tempo legate alle esigenze dello
Stato, soprattuto a livello di risorse, naturalmente.
Ma la domanda che uno si fa è la seguente: ma l'Agenzia delle Entrate sa
che io ho stipulato il contratto per una cassetta di sicurezza? E da questo
punto di vista mi viene garantito l'anonimato agli occhi del fisco? E può
controllare quello che c'è dentro? In pratica, l'Agenzia delle Entrate può
ordinare l'apertura forzata della mia cassetta di sicurezza in banca in
caso di controlli fiscali? La risposta è: si! L'Agenzia delle Entrate sa che
voi avete una cassetta di sicurezza in banca e può fare controlli
fiscali, quindi la cosa non si può considerare completamente sicura dal
punto di vista di chi vuole nascondere i propri beni e averi allo Stato.
Insomma, se fino a qualche tempo fa una soluzione di questo genere
garantiva di essere anonimi agli occhi del fisco, oggi non è più così.

Normativa antiriciclaggio:
L'Agenzia delle Entrate conosce chi possiede una cassetta di sicurezza in
banca grazie alle normative in materia di antiriciclaggio.
Insomma, il fisco ha avviato tempo fa un vero e proprio censimento di
coloro che aderiscono a servizi che permettono di depositare denaro
contante, beni preziosi, titoli e così via. Tutto questo grazie al
provvedimento emesso nel 2013 dalla Banca d'Italia che obbliga gli
istituti bancari a rilasciare alle autorità fiscali tutte le informazioni
necessarie, in quanto si tratta di un rapporto continuativo, tutto questo
con il fine di combattere il riciclaggio del denaro sporco e naturalmente
l'evasione fiscale.

Non si è completamente al sicuro dal fisco:
Nella sostanza l'amministrazione finanziaria ha un elenco di tutti coloro
che possiedono una cassetta di sicurezza in banca e se a questo
sommiamo le regole della Voluntary Disclosure 2, otteniamo che
teoricamente l'Agenzia delle Entrate potrebbe avviare un riscontro su
chi ha fatto la Voluntary Disclosure 1 e lo scudo fiscale. Anche perché lo
Stato sa che questo tipo di depositi posseduti dagli italiani sono pieni,
soprattutto a causa del rischio bail-in che preoccupa chi ha più di
100.000 euro sul proprio conto. In questo caso infatti il correntista
rischierebbe di perdere soldi nel caso di fallimento della banca, quindi
tanti italiani preferiscono tenere soldi in contanti al sicuro in una
cassetta di sicurezza. Naturalmente, nel momento in cui redditometro
e Serpico individuano qualcosa che non va partono subito i controlli
fiscali e questi riguardano anche eventuali depositi di cui si è in possesso.
Più avanti parleremo degli strumenti che il Fisco e l'Angenzia delle
Entrate hanno messo in atto per individuare gli evasori fiscali, come
appunto Serpico e il redditometro. Le nuove normative stabiliscono
quindi che, una volta ottenuto il permesso, le autorità possano
controllarne il contenuto e a questo punto l'apertura forzata della
cassetta di sicurezza da parte dell'Agenzia delle Entrate diventa
praticamente una certezza.

Voluntary Disclosure 2 e tassazione beni:
Ricordiamo che con la Voluntary Disclosure 2 vengono tassati anche
denaro contante e valori conservati in un deposito qualsiasi con un
meccanismo che prevede 2 aliquote: una del 15% applicata ai prelievi
(per prelievo si intende quello che è stato preso dal conto e sistemato in
una cassetta), un'altra del 35% invece viene applicata agli apporti, vale a
dire i soldi in contanti portati nella cassetta di sicurezza direttamente,
classica operazione da evasione fiscale o riciclaggio di denaro sporco,
come sa benissimo lo Stato e di conseguenza l'Agenzia delle Entrate.

Vantaggi di una cassetta di sicurezza in banca:
Le ragioni per cui si sceglie una soluzione di questo tipo per il deposito di
contanti, beni o documenti che siano possono essere le più diverse.
Vediamo chi e perchè decide di affidare i propri averi a una cassetta di
sicurezza in banca e se questa soluzione si può considerare funzionale
ad una maggiore protezione dei propri beni, naturalmente anche facendo
considerazioni sul rapporto costo benefici.
Deposito di oro da investimento e simili
Come abbiamo visto in numerosi articoli, diventa sempre più comune
anche per il piccolo risparmiatore l'investimento in orodiamanti,
materie prime o beni rifugio in generale. Oggi sono disponibili numerosi
strumenti finanziari per effettuare questo tipo di investimenti che
svincolano dalla gestione fisica di lingotti, monete e così via.
C'è sempre però chi preferisce l'oro fisico, così come per i diamanti,
ma in questo caso si pone il problema della gestione fisica del proprio
investimento e anche dei costi da sostenere così come, diciamo la verità,
in molti casi anche l'esigenza di sfuggire ai controlli fiscali
dell'Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza.
Esistono servizi appositi che gestiscono i lingotti per conto dell'investitore,
ma nel caso in cui si decida di fare da soli e non si voglia correre il rischio
di conservare i lingotti o altri beni preziosi in una cassaforte presso la
propria abitazione, la soluzione della cassetta di sicurezza nel caveau di
una banca funziona ed è certamente quella più appropriata e sicura.
Sfuggire al fisco
In un paese come il nostro, dove l'evasione fiscale la fa da padrone,
sono tanti quelli che vogliono nascondere i loro averi al fisco, soprattutto
denaro contante, ed evitare il più possibile i controlli fiscali.
L'attività dell'Agenzia delle Entrate e della Guardia di Finanza si è fatta
sempre più importante e decisa, anche perché la situazione economica
italiana non permette più di soprassedere ad un problema che in
definitiva poi ricade sulle spalle di tutti quelli che le tasse le devono
pagare per forza o decidono comunque di farlo, come i lavoratori dipende
nti e tanti proprietari di attività d'impresa. Tra gli strumenti messi in
piedi dallo Stato italiano per contrastare l'evasione fiscale e facilitare i
controlli sono soprattutto due quelli che preoccupano di più gli evasori.
Il primo è il redditometro, un enorme database che traccia il nostro stile
di vita, in particolare il potere di spesa ovviamente, grazie ad una
gigantesca banca dati dove finiscono tutte le nostre spese.
Il secondo strumento a disposizione dell'Agenzia delle Entrate e della
Guardia di Finanza è Serpico, un super cervellone, un mega computer
nella sostanza, che accede ai nostri conti bancari e fa tutte le valutazioni
del caso tra quanto dichiariamo al fisco e quanto effettivamente
abbiamo a disposizione. Non a caso Serpico è stato definito anche come
una sorta di gigantesca anagrafe tributaria, un sistema automatico di
controllo fiscale a cui è difficile che sfugga qualcosa.
Ovviamente chi evade non vuole lasciare tracce bancarie, non deposita i
propri averi in contanti, ma tende ad investirli in beni fisici e l'oro è
naturalmente quello più comune. Anche per evitare controlli fiscali della
Guardia di Finanza, oltre che per il rischio di furti, la soluzione più
comune per mettere al sicuro i propri beni è quella della cassetta di
sicurezza in banca, che però non può essere considerata
completamente anonima, funziona fino ad un certo punto e un costo
bene o male ce l'ha. Il fisco infatti si è fatto più furbo rispetto agli anni
passati e di questo bisogna tener conto.
Deposito di beni preziosi
Chi possiede gioielli o altri beni preziosi può sentire il bisogno di
garantirsi depositandoli in una cassetta di sicurezza in banca, certo una
soluzione molto meno rischiosa che quella di tenere tutto in una
cassaforte nella propria abitazione. In questo caso comunque vanno
fatte alcune considerazioni sulla convenienza o meno di una soluzione
di questo tipo, comunque utilizzata da molti.
Quando si deposita qualcosa si stipula in genere anche un contratto
di assicurazione contro i furti, contratto che prevede dei massimali sulla
base del costo della polizza. Se i beni sono particolarmente preziosi, il
costo della copertura assicurativa può raggiungere cifre ragguardevoli,
come è ovvio.

Da: www.soldi-e-finanza-online.com



Soldi sotto il materasso: la “soluzione” contro i rischi del conto corrente?

Mettere i soldi sotto il materasso: è la scelta giusta a fronte dei numerosi rischi che corrono i risparmi depositati sul conto corrente?

Tenere i soldi sotto il materasso è la scelta giusta in risposta ai numerosi
rischi che minacciano il risparmio depositato sul conto corrente?
Quando parliamo di risparmio e investimenti, la soluzione è quanto mai
personale: secondo il proprio profilo di rischio (e non solo),
indipendentemente o tramite consulenti finanziari, si studiano dei piani
ad hoc per massimizzare il profitto sul capitale.
Una scelta che attrae molti, in questo periodo storico, è tenere i propri 
risparmi a casa nascosti sotto tavoli, in librerie, scompartimenti segreti
in cucina, o attraverso il classico rimedio dei “soldi sotto il materasso”.
Con i rendimenti sempre più difficili da ottenere, la 
crisi delle banche italiane, l’estrema volatilità del mercato a causa
dell’incertezza politica e i rischi che minacciano la sicurezza dei conti
correnti in molti si chiedono se non sia meglio rifuggire l’investimento
sul mercato, preferendo il rendimento zero dato dal materasso, insieme
al rischio di erosione del capitale ad opera dell’inflazione.
La scelta è dettata dal contesto. In un’epoca storica in cui i risparmi
corrono il rischio di andare perduti anche se “semplicemente” versati su
un conto corrente ci si chiede se davvero il classico rimedio del nonno, il
famoso materasso, non sia la scelta migliore.
Già, perché ormai sono diventati molti e gravi i pericoli che minacciano
l’incolumità del proprio capitale nella casse della banca.
Primo su tutti, e sappiamo che può succedere davvero guardando alle
notizie dell’ultimo anno, c’è il rischio di fallimento dell’istituto
bancario al quale abbiamo affidato i nostro risparmi.
Il bail in, regolamento europeo che definisce la gestione del fallimento
delle banche in quel d’Europa, prevede che a pagare per le magagne della
propria banca non siano solo gli investitori (gli azionisti e gli
obbligazionisti), ma anche i risparmiatori che sul conto hanno oltre
100.000 euro. Il consiglio, in questo caso, è quantomai scontato: diversifica
re gli istituti bancari a cui ci affidiamo non superando mai la soglia che
esporrebbe il nostro capitale ad un prelievo forzoso al fine di salvare la
banca.
L’applicazione del vero e proprio pignoramento sul conto corrente
spetta però al caro e vecchio Stato, applicato per recuperare debiti e
arretrati sui conti di lavoratori dipendenti e pensionati.
La figura dell’intermediario finanziario, dopo gli ultimi scandali che
hanno visto pensionati con basso profilo di rischio aver comprato
obbligazioni subordinate per “consigliati dagli esperti”, ha perso di
credibilità agli occhi di molti.
I gestori di fondi di investimento non sanno più cosa inventarsi per
trovare un qualche profitto, spesso esponendosi a rischi eccessivi o
a “zozzate” varie.
Ed è così che torna la necessità - più che una moda - del risparmio sotto
al materasso, o magari al deposito dei propri contanti in cassette di
sicurezza ben lontani dallo zampino dei gestori.
Se poi l’alternativa sono i tassi di interesse in territorio negativo sui
titoli di Stato, tanto meglio dormire sopra i propri soldi. 
Anche se il comparto bancario si è già mosso abbattendo le commissioni,
per alcuni risparmiatori tenere aperto un conto in banca è sinonimo di
vincoli, costi e rischi. Lo spettro della patrimoniale sui conti in banca è
presente più che mai.
A confermare questo senso di sfiducia da parte dei risparmiatori sono i 
dati della Banca d’Italia. In totale, la raccolta delle banche è in
diminuzione ormai dal 2013, tendenza che ha registrato i suoi massimi
nel 2012. La tendenza, con l’acuirsi della crisi delle banche, si è
rafforzata nel corso del 2016.
In molti modelli di allocazione di portafoglio i contanti hanno un ruolo
assai limitato.
L’età dell’investitore, il suo reddito e la sua tollerabilità del rischio sono
fattori naturalmente essenziali che costituiscono tutte le variabili del caso.
Come regola generale, molti consulenti finanziari consigliano di detenere
contanti in vista di periodi duri pensando ad un arco temporale di un
anno, non di più.
La maggior parte degli investitori, dopo tutto, ha come obiettivo far
fruttare il proprio capitale nel lungo termine.
Mettere i soldi sotto il materasso potrebbe far perdere delle occasioni di
investimento importanti sul mercato.
Ma avere una buona disponibilità di contanti liquidi, senza il rischio di
perdite se non quelle da furto ma al riparo da commissioni e perdite sul
mercato, può donare un “senso di pace”, magari mentre si aspetta la
giusta opportunità di investimento.
Tenere i soldi sotto il materasso è la scelta giusta?
Vince il giusto mezzo. Accantonare liquidità, sotto il proprio materasso 
o meno, mentre si aspetta l’occasione giusta di investimento.
Pensiamo ai nostri risparmi come ad un fortino dei pirati.
Un corretto money management potrebbe essere quello di dividere
proprio capitale in tre bauli.
Il primo segmento - i contanti - deve essere considerato come una misura
di sicurezza a tempo indeterminato e la priorità assoluta.
Una volta che questo primo secchio sarà riempito, si può rivolgere la
propria attenzione ad un secondo secchio - un mix tipico di azionario e
obbligazionario con un orizzonte temporale fino a 10 anni.
Il terzo secchio rappresenta gli investimenti più a lungo termine, tra cui i
fondi pensione, che sono lasciati a fare il loro nel corso dei decenni.
La felicità e il risparmio vanno di pari passo. E più la ricchezza in
liquidità si accumula, più i risparmiatori si sentono felici, secondo uno
studio del 2016 redatto da Joe Gladstone, un professore presso
l’University College di Londra.
Qualcuno potrebbe definire questo approccio troppo conservatore,
ma in realtà è la stessa strategia che utilizza il grande investitori 
Warren Buffett, che detiene miliardi in contanti e attende solo la
possibilità di acquistare.

Tratto da "money.it" di  Flavia Provenzani
  5 Settembre 2017 - 17:30



Più Svizzera, meno Ue»: il referendum che vuole lo strappo con Bruxelles

Il 25 novembre consultazione popolare per decidere se le leggi elvetiche debbano sempre prevalere sul diritto e sugli accordi internazionali. Il sì aprirebbe la strada a una Brexit svizzera
Più Svizzera, meno Ue»: il referendum che vuole lo strappo con Bruxelles
Il 25 novembre consultazione popolare per decidere se le leggi elvetiche debbano sempre prevalere sul diritto e sugli accordi internazionali. Il sì aprirebbe la strada a una Brexit svizzera
di Claudio Del Frate
Non c’è solo la Gran Bretagna in fuga dall’Europa. Le spinte sovraniste e isolazioniste sono incarnate anche dal referendum che il 25 novembre prossimo chiamerà al voto i cittadini svizzeri. L’elettorato dovrà esprimersi su un provvedimento di riforma costituzionale che porrà le leggi elvetiche al di sopra dei trattati e del diritto internazionali: un modo, nelle intenzioni dei proponenti, di dare più peso alle decisioni prese dal governo di Berna o dai cittadini attraverso l’istituto dei referendum. Ma anche di riguadagnare quell’indipendenza «erosa» negli ultimi anni dalle pressioni della comunità internazionale. Le consultazioni popolari sono una consuetudine per la Svizzera, sui più disparati argomenti, ma quella del 25 novembre potrebbe avere un peso assai maggiore sul futuro del Paese, perché aprirebbe la strada a una sorta di «Swissexit» da una serie di accordi (in primis con l’Unione Europea).
«Più Svizzera, meno Ue»
«Iniziativa per l’autodeterminazione»: così il sito del governo definisce la consultazione. «Il diritto svizzero anziché i giudici stranieri» è invece lo slogan scelto dai promotori dell’iniziativa (accanto a un ancora più esplicito: «Meno Ue, più Svizzera»), tra cui l’Udc, il partito di destra e di ispirazione sovranista che in Svizzera esprime da tempo la maggioranza relativa. E sono proprio i rapporti conflittuali cion Bruxelles a dare la maggiore spinta ai consensi sul referendum. Il disegno di legge sottoposto al vaglio delle urne prevede che «nei casi di incompatibilità tra un’iniziativa accettata in votazione popolare e un trattato internazionale già concluso, la Costituzione dovrà prevalere (tranne nei casi di disposizioni obbligatorie come il divieto della tortura ecc). L’accordo internazionale dovrà invece esser rinegoziato con i Paesi coinvolti e, in caso d’insuccesso delle trattative, potrà anche essere denunciato». In altre parole una sorta di «Swiss first», un primato della volontà elvetica a costo di arrivare a uno strappo con i partner stranieri.
Il caso del referendum sugli stranieri
Attualmente , quando si apre questo genere di conflitto, il governo di Berna intavola una trattativa cercando di compensare volontà popolare e impegni assunti in campo internazionale. Il caso più eclatante riguarda il referendum con il quale, nel febbraio del 2014, il popolo votò a favore dell’introduzione di quote per immigrati e lavoratori stranieri; un indirizzo in netto conflitto con i trattati di libera circolazione sottoscritti da Berna con la Ue. Il governo varò allora un provvedimento che «annacquò» molto le richieste referendarie, introducendo sì delle quote ma in base a un meccanismo che molto difficilmente scatterà. Proprio le speranze vanificate di quel referendum hanno indotto l’Udc a promuovere la nuova campagna tesa a «blindare» il governo di fronte alla volontà popolare.
Le ragioni del sì e del no
In vista del 25 novembre (giorno in cui passeranno al vaglio popolare altri provvedimenti tra cui quello bizzarro che vorrebbe vietare di tagliare le corna a mucche a capre) partiti e associazioni hanno preso posizione sull’iniziativa per l’autodeterminazione»: il governo ha raccomandato di votare no. I sostenitori di questo fronte temono che siano messi a rischio una serie di trattati internazionali vitali per la Svizzera (ad esempio quelli che regolano i rapporti di libero scambio con l’Unione Europea); senza contare che la modifica di accordi internazionali non può mai essere un atto unilaterale ma implica sempre un dialogo con la controparte. Il fronte del sì, invece, sostiene che l’autodeterminazione ha sempre portato benessere libertà e indipendenza alla Svizzera e che in questo modo viene riaffermato il primato della volontà popolare.
15 novembre 2018 (modifica il 15 novembre 2018 | 16:51)© RIPRODUZIONE RISERVATA dal Corriere della Sera.

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